La politica di Monti
L’esito drammatico “sembra ora più lontano”, l’Italia ha potuto togliersi dalla lista dei paesi “con problemi nell’Unione europea”. Aprendo ieri la conferenza internazionale sulle Riforme strutturali in Italia organizzata dall’Ocse, Mario Monti ha detto che “senza Salva Italia avremmo perso sovranità”, e ha aggiunto che, nonostante le botte che hanno preso, gli italiani “stanno dimostrando di non essere particolarmente ostili” al lavoro del governo.
17 AGO 20

L’esito drammatico “sembra ora più lontano”, l’Italia ha potuto togliersi dalla lista dei paesi “con problemi nell’Unione europea”. Aprendo ieri la conferenza internazionale sulle Riforme strutturali in Italia organizzata dall’Ocse, Mario Monti ha detto che “senza Salva Italia avremmo perso sovranità”, e ha aggiunto che, nonostante le botte che hanno preso, gli italiani “stanno dimostrando di non essere particolarmente ostili” al lavoro del governo. Poi ha sfoderato qualche numero ottimista, annunciando nei prossimi dieci anni una crescita del pil al 4 per cento grazie all’azione realizzata in questi mesi, e già il 2013 sarà un anno “con profilo ascendente”. Monti sempre più spesso imprime una curvatura politica ai suoi interventi, è meno professorale e più abile a bilanciare e rilanciare, tenendo conto delle critiche. Ieri fu chiaro: il relativo consenso sociale che accompagna le sue decisioni è una smentita del “teorema Junker”, dal nome del primo ministro lussemburghese presidente dell’Eurogruppo, il cui postulato recita che “chi fa le riforme strutturali fa il bene del suo paese ma poi perde le elezioni”. Monti però è stato subito vigile nel frenare: “Non abbiamo prospettive elettorali”.
A pochi mesi dalle elezioni, quando nelle democrazie normali i candidati degli opposti schieramenti sono già scesi in campo e hanno illustrato i loro programmi, la politica italiana continua a latitare, in attesa di acciuffare l’ultimo treno e affidandosi a piccole trame di alleanze spesso improbabili. Renzi è, in fondo, un’eccezione alla regola. E’ di fronte a tutto ciò che la premiership di Mario Monti, quasi per contrasto, sembra assumere i toni di una necessità politica (ieri ha anche detto che sul ddl anti corruzione “c’è un’inerzia comprensibile ma non scusabile da alcune parti politiche”). Chiarito che le speculazioni sulla possibile regia di Giorgio Napolitano per un reincarico al “suo” tecnico sono senza fondamento, chiarito che ogni ipotesi di grande coalizione è subordinata all’esito delle urne e non può essere precostituita, il gioco delle scommesse sulla discesa in politica di Monti è superato dai fatti, pur restando centrale. Dopo l’esperienza Monti c’è solo la possibilità di un governo responsabile, che non potrà trascurare la linea tracciata. E’ come se, oltre al famigerato vincolo esterno, la parentesi del governo dei tecnici avesse creato una sorta di vincolo interno non eludibile. Questo è l’unico fatto politico di rilievo in questa fase, qualunque ruolo il premier deciderà di ritagliarsi nella primavera del 2013, dentro o fuori le istituzioni.